| 9 agosto 2015 | a | 11 agosto 2015 |
La strada si arrampica sinuosa, seguendo un percorso che si immerge nella natura lussureggiante e all’improvviso lo sguardo si posa su un candido presepe aggrappato al fianco della Majella, Pretoro.
Da alcuni scavi archeologici è emerso che l’originario centro abitato risale al VI-V secolo a.C.; il paese deve il suo nome alla posizione che occupava, per cui rappresentava un punto favorevole di osservazione per la sorveglianza della vallata sottostante, abitata dai Peligni e dai Frentani.
Il borgo medievale attuale risale invece al 1600, dopo la distruzione del Castello, e da un documento del 1854, rivenuto nell’Archivio di Stato di Chieti, è emerso che tra gli edifici principali del paese già risultavano le due chiese di San Nicola e Sant’Andrea, oltre che le rovine del castello.
L’impianto originario della Chiesa di San Nicola è di epoca romanica, ma l’edificio attuale è stato ricostruito intorno al XVI-XVII secolo, come testimonia la presenza di una data, 1528, posta sul contrafforte della muratura. La chiesa si compone di tre navate a pianta irregolare, con la facciata ad arco e un bel porticato laterale. Internamente sono custodite due opere di pregio: una pietà in terracotta policroma del XVII secolo e un portale in legno scolpito del 1630, recentemente restaurato. Sebbene sia intitolata a San Nicola, essa è sede del culto per San Domenico Abate, patrono di Pretoro, di cui si celebra la festa durante la prima domenica di maggio, con la rievocazione de “Lu Lope” e quella dei serpari.
La Chiesa di Sant’Andrea è stata costruita intorno al XV-XVI secolo ed è, senza dubbio, la chiesa principale del paese. Collocata nella parte più alta del borgo, essa si presenta in stile neoclassico-barocco e si compone di due navate a pianta irregolare, perché la struttura è stata adattata alla roccia.
La Chiesa della Madonna della Mazza, risalente al XIII-XIV secolo, è un eremo posto a circa 1000 metri d’altezza ed è stato costruito dai monaci benedettini cistercensi. L’edificio è a navata unica e il romitorio, recentemente ristrutturato, si distribuisce su due livelli con accesso laterale. Il suo nome deriva dalla statua lignea, del XV secolo, raffigurante la Madonna con Gesù Bambino in braccio e lo scettro (la mazza, appunto) in una mano. Ogni anno, in maggio, la statua viene scortata nella Chiesa di Sant’Andrea per celebrare il mese mariano e poi, la prima domenica di luglio, un corteo ne accompagna il ritorno nel santuario.
Feste e tradizioni a Pretoro
Ogni anno il 17 gennaio gennaio a Pretoro si svolge la tradizionale accensione delle “farchie” in onore di Sant’Antonio Abate, per ricordare il miracolo che il santo compì a Fara Filiorum Petri mentre era in pellegrinaggio in Abruzzo. Secondo la leggenda egli mise in fuga l’ormai prossimo esercito francese, incendiando i canneti: i nemici, pensando di essere di fronte a canoni in posizione per sparare, fuggirono. Le “farchie” somigliano proprio a cannoni, con il loro alto fusto di forma cilindrica, e sono alte otto-dodici metri, con un diametro di circa un metro. Il 17 gennaio le “farchie” vengono trasportate vicino al cimitero di Pretoro, innalzate e infine accese in onore del santo.
La prima domenica di maggio, invece, si festeggia San Domenico, con la rappresentazione de “Lu Lope”, ovvero il miracolo di San Domenico e del lupo. La leggenda narra che un giorno, mentre i genitori erano nel bosco a far legna, un bambino venne rapito da un lupo; San Domenico, impietosito dalle preghiere dei due genitori, ammansì il lupo e lo convinse a riportare il bimbo tra le braccia di mamma e papà. Al mattino presto la festa inizia con i “serpari”: la premiazione, nella piazza principale del paese, dei serpenti più grandi e più belli trovati nelle vicinanze di Pretoro.
Dal 9 al 10 agosto Pretoro festeggia “Le notti di San Lorenzo”, una sagra itinerante che coinvolge tutto il centro storico, con il mercato di antiquariato, artigianato e prodotti tipici, la degustazione di piatti della tradizione pretorese e abruzzese e spettacoli e musica in ogni piazza e angolo.
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Foto di Nicola D’Orazio
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